MATTIA BONZI

STUDENTE DI GRAFICA E COMUNICAZIONE

ASPIRANTE WEB-DESIGNER

Mattia.bonzi@itsosmilano.com

SCIENZA DELLA

 COMUNICAZIONE

Programma svolto, anno scolastico 2015/2016 4F

IL GIOCO DELLA COMUNICAZIONE

 

B. W. Pearce, "Il gioco della comunicazione" da "La prospettiva della comunicazione "(1889)

 

L’uomo è un animale sociale che vive di relazioni, come la relazione anche la comunicazione è un gioco di scambio, la comunicazione è un processo di interazione che definisce le nostre personalità e le nostre istituzioni, è quindi un contenitore, la cui forma è un riflesso di chi siamo e viceversa la sua forma condiziona il nostro modo di essere.

La scelta dei mezzi di comunicazione che usiamo (orale, scritto, elettronico….) da forma a coloro che li usano.

I mezzi di comunicazione sono l’infrastruttura delle attività umane.

Nell’uso popolare esistono due definizioni di comunicazione, la prima dice che essa è una rappresentazione codificata di messaggi, che veicolano il mondo esterno di oggetti e quello interno d'idee e significati;

La seconda la definisce come il mezzo attraverso cui le persone, rendono comune la loro esperienza.

 

 

 

K. Lorence, "L’ochetta Martina" da "L’anello di Salomone" (1949)

 

Lorence descrive la nascita di un pulcino di oca selvatica, che aveva messo in incubatrice, nel momento in cui si schiude l’uovo.

Quando, davanti alle uova che si stanno schiudendo, pronuncia una parola il pulcino risponde con un pigolio, che Lorence definisce essere la prima “cerimonia di saluto” della vita dell’ochetta.

Lorence mette il pulcino sotto il ventre di una oca domestica che si sta prendendo cura degli altri piccoli, ma per due volte l’ochetta fa dei versi di lamento, scappa e gli corre dietro.

Lorence comprende di essere diventato inconsapevolmente, la madre adottiva dell’ochetta che ribattezza Martina.

Si comporta da quel momento come avrebbe fatto una mamma oca preoccupandosi di nutrirla e proteggerla, costruendo un cestino per potersela portare dietro.

Si rende conto da subito di non potersi staccare un attimo dall’ochetta.

Per la notte predispone una cullo riscaldata che pone in fondo alla sua stanza, però è costretto più volte ad alzarsi per andare a rassicurare l’ochetta, che si sente abbandonata, poi decide di portela a letto.

Negli animali cosi come nei bambini, l’istinto di sopravvivenza dice al piccolo che non può stare da solo e questa avversione istintiva alla solitudine, prende la forma di un attaccamento alla figura materna.

L’ochetta come una bambina esprime disperazione, quando è lasciata sola e gioia, quando la madre ritorna, e lo segue dappertutto.

 

 

 

J. Bowlby, "Inizio dell’interazione madre bambino" da “una base sicura"

 

L’autore studia le prime fasi di interazione tra la madre e il bambino, osserva il comportamento delle madri che hanno appena partorito e parla di uno stato di estasi della madre, dove tutta la sua attenzione è rivolta al bambino.

Il bambino è un protagonista attivo nella relazione e l’interazione si fonda sulla potenzialità del neonato, così come su quella della madre: una madre sana, è sensibile alle necessità del bambino, le intuisce e modifica il proprio comportamento, per adattarsi al ritmo del bambino.

Mentre il bambino è programmato per svilupparsi in modo socialmente cooperativo e adattarsi ai comportamenti della madre, ma questo dipende da come viene trattato, i cicli d'integrazione madre/bambino, dipendono quindi, dalla capacità di entrambi i soggetti di reagire allo stimolo positivo dell’altro.

 

 

 

I. Eibl-Eibesfeld, "Lo sviluppo dei legami affettivi e della fiducia originaria” da "amore e odio" (1970)

 

Il neonato è legato alla madre da alcune spinte innate, ovvero la ricerca di contatto, protezione e nutrimento, le grida di abbandono di un neonato lasciato solo testimoniano il pericolo che la separazione dalla madre rappresenta.

Il bisogno di nutrimento, non viene prima, del bisogno di stabilire un legame di attaccamento, anzi, gli studi dimostrano che l'esigenza di affetto viene prima di quella di mangiare.

La relazione tra madre e figlio è individualizzata, il bambino e capace di scegliere una persona (solitamente la madre) con la quale costruire in legame speciale, individualizzato.

Il bambino è in grado di scatenare e rafforzare il contatto sociale attraverso lo sguardo, il sorriso, i gesti, che scatenano una reazione innata, nella persona che si prende cura di lui, e attivano sentimenti positivi, che ricompensano la persona degli sforzi fatti per soddisfare i suoi bisogni.

Dai sei mesi di vita il bambino sceglie i suoi legami preferiti ed è in grado di riconoscere ed evitare gli estranei, i legami con la persona prescelta cresce d’intensità, ma deve essere stabile e continuativo, altrimenti il bramino subisce uno shock, e si compromette la costruzione della fiducia originaria, che è il fondamento per lo sviluppo di una personalità sana.

"Bambini cresciuti senza amore, diventano adulti pieni di odio” (René Spitz); Non avendo sperimentato il bene nella prima infanzia non possono che attendersi il male dagli altri e dalla società.

 

 

 

D. Stern “Bambolotto"

 

Verso i 18 mesi avviene nel bambino la scoperta del linguaggio.

Inizialmente il bambino afferra i concetti, ma non sa nominarli, percepisce il suono, l’emozione e l’affetto che esse veicolano, ma non ne coglie il significato.

La consapevolezza che le parole si riferiscono a cose e possono essere usate per veicolare significati si espande progressivamente, il bambino individua un termine, lo ripete, e ci gioca.

Impara cosi ad articolarlo, grazie al confronto con l’altro: Il bambino del testo dice la parola bambolotto a modo suo, il padre la ripete correttamente così che il bambino impara a pronunciarla.

Le parole sono infatti contemporaneamente un dono esterno e una scoperta intera, perché il bambino le riceve dagli altri, ma le collega al proprio bagaglio personale di esperienza, se ne appropria e la integra in un modo originale che va oltre la pura imitazione e le usa nella comunicazione e nella relazione.

 

 

 

S. Freud “Il gioco del rocchetto” da “al di la del principio di piacere"

 

Freud descrive il gioco che un bambino di un anno e mezzo fa con un rocchetto di spago: getta il rocchetto dietro la spalliera del letto, fino a farlo scomparire, poi tira il filo per farlo ricomparire.

Accompagna questo evento con una “parola” e il ritorno dello stesso sembra essere la parte più piacevole del gioco.

Freud fa una valutazione affettiva di questo gioco di scomparsa e ritorno.

Ci sono per lui due possibili interpretazione che dimostrano, che i bambini rielaborano attraverso il gioco ciò che li ha maggiormente colpiti nella loro vita quotidiana.

Il bambino che Freud osserva si è dovuto abituare alla lontananza con la madre: può essere che trasformi attraverso il gioco di esperienza spiacevole in cui ha un ruolo passivo (subisce l’allontanamento della madre) in una positiva in cui ha una posizione attiva (lancia e ritira i rocchetto);

Oppure può essere che attraverso il gioco appaghi l’impulso di vendetta che non può agire nella vita normale, ribaltando la situazione, ovvero ponendosi nella posizione di colui che “scaccia anziché essere cacciato”.

In entrambi i casi il bambino attraverso l’attività ludica padroneggia e rielabora il ricordo di una esperienza spiacevole.

 

 

 

U. Galimberti “Il corpo” da “Comunicare"

 

Comunicare significa “mettere in comune” ovvero stabilire un rapporto con qualcosa che non ci appartiene, che è distante da noi, rispetto al quale, vogliamo stabile un legame.

Il bambino inizialmente in simbiosi con la madre, pian piano acquista coscienza del proprio corpo e quindi della propria identità, separata da quella della madre.

La capacità di parlare è la condizione indispensabile, per scoprire l’altro ed entrare in relazione con lui.

 

 

 

 

 

LA COMUNICAZIONE COME SISTEMA E COME RAPPRESENTAZIONE

 

 

 

E. Goffmann, "Proiezioni e rappresentazioni" da “la vita quotidiana come rappresentazione” (1959)

 

Comunicare significa proiettare una certa definizione di se, verso gli alti, ovvero dichiarare di essere una persona di un certo tipo.

La comunicazione è fatta sia di espressioni intenzionali, verbali e controllate,

Che di espressioni che traspaiono senza controllo, e sono solitamente non verbali.

Normalmente un individuo che comunica, è consapevole solo del livello intenzionale, ma può cercare di controllare, anche il secondo livello, quello non verbale.

Tuttavia l’ascoltatore può smascherare chi “finge di non fingere” e mettere in dubbio il contenuto della definizione.

Per salvare la definizione di se chi parla, può adottare tecniche preventive, correttive e di difesa.

L’interazione è l’influenza reciproca che individui, in presenza di altri esercitano vicendevolmente, invece, la rappresentazione è l’attività svolta, da uno o più partecipanti che ha l’obbiettivo d influenzare chi ascolta.

Il pubblico è costituito, da osservatori, che ascoltano, e a loro volta forniscono la loro rappresentazione,

la comunicazione diventa quindi uno spettacolo che prevede degli attori e un pubblico, ed eventualmente degli osservatori esterni.

Esiste “equipe” di rappresentazione, formata da tutti gli attori, che sono complici di una società segrete ce mantiene certa la definizione di una situazione.

I membri dell’equipe, cooperano, sono legati da un rapporto di fiducia, fedeltà e interdipendenza, e sono legati tra loro da rapporti di “familiarità”. (Ad esempio i genitori verso i figli, o gli ufficiali verso i soldati)

La ribalta è il luogo della rappresentazione, mentre il retroscena è il luogo dei fatti soppressi e tenuti nascosti al pubblico, ed è un luogo intimo e sicuro (camera da letto).

Nel passaggio dalla ribalta al retroscena avviene un significativo cambiamento di ruolo.

Anche il pubblico diventa un equipe che ascolta e proietta le sue definizioni in armonia, (figli nei confronti dei genitori) i suoi membri non si mettono in discussione l’un altro.

La comunicazione quindi una interazione o uno scambio tra equipe, ma entrambe le equipe, hanno bisogno di rifugiarsi nel proprio retroscena e prendersi una pausa dallo spettacolo.

 

 

 

E. Goffmann “Maschere sociali” da “La vita quotidiana come rappresentazione“

 

Se comunicare è interpretare una parte allora l’attore chiede di essere preso sul serio durante la rappresentazione, e allestisce un ambientazione (mobilio, arredo, ornamenti, vestiti) e una facciata personale (il corpo, i gesti, le espressioni, etc..) per essere credibile nei confondi del pubblico.

L’essere umano è istintivo e impulsivo in se, ma come animale sociale, è addestrato ad una certa rappresentazione, rispetto alla quale deve essere coerente.

L’individuo è quindi contemporaneamente un attore (colui che mette in scena rappresentazione) e un personaggio (Qualcuno da mettere in scena, una parte da recitare) quindi il sé di un individuo è il prodotto di una scena fatta di retroscena, ribalta, equipe di rappresentazione, pubblico, etc...

 

 

 

G. Simmel, “La moda” (1895)

 

La vita di ogni individuo è segnata dalla lotta tra tentativi di fusione con un gruppo e i tentativi di distinzione dal gruppo.

La moda è l’imitazione del livello dato, perciò presuppone una mortificazione del desiderio individuale: il gruppo, sovrasta l’individuo e sceglie per lui.

La moda appaga contemporaneamente il bisogno di appoggio sociale, contro un sentimento d'isolamento (io sono uguale a te, perciò mi sento meno solo) e il bisogno di diversità (io seguo una moda e mi distinguo dalle altre).

La moda è di classe, appartiene alle classi sociali superiori perché sono queste ultime ha dettare le mode a quelle inferiori: le classi inferiori aspirano a elevarsi, nasce quindi una rincorsa frenetica all’imitazione che scatena una dinamica di caccia da pare delle classe inferiori e di fuga da quelle superiori.

La moda è fatta di oggetti e l’uso del denaro anziché delle capacità individuali, facilità il processo di ricerca di un parità inarrivabile.

Si crea un curricolo vizioso, più rapidamente cambia la moda, più gli oggetti della moda devono essere economici, ma più sono economici, più si velocizza il cambiamento della moda stessa.

La moda ritorna a forme precedenti per risparmiare forze.

Più si indeboliscono gli ideali più la moda ha potere sulle coscienze.

La moda presuppone un atteggiamento di approvazione e invidia, ma è una invidia che a priori non esclude nessuno.

La moda seduce sopratutto gli individui che non sono indipendenti, e che hanno bisogno della condivisione per ricevere una definizione di se.

La moda consente la differenziazione individuale attraverso l’obbedienza sociale, questo risultato si ottiene sia attraverso l’identificazione nella moda, che attraverso la negazione della moda stessa.

La moda infatti integra la mediocrità dell’individuo che non è capace di scoprire la propria unicità senza l’appartenenza ad una cerchia sociale.

La moda protegge dal sentimento di vergogna, nel momento in ci si è esposti al giudizio altrui, perché la vergogna individuale vien superata dall’azione di massa, ma la moda protegge anche (e questo può essere positivo) la libertà interiore della persona perché può esser usata come una maschera di obbedienza alla collettività.

La moda è un concentrato di contraddizioni: è universale ma ha vita breve, unisce e separa, uniforma e al tempo stesso consente all’individualità di emergere.

 

 

 

C.G. Jung “il concetto di persona"

 

La persona è un complesso sistema di comportamento in parte dettato dalle richieste della società e in parte dettato dalle aspettative e dai desideri, che ciascuno coltiva in se (la persona che vorrei essere).

In realtà la persona non corrisponde al nostro io, come è realmente ovvero noi non siamo realmente identici a ciò che sembriamo.

INTERAMENTE REALIZZATO DA MATTIA BONZI